Il vino ai tempi di Internet

Uno dei più grandi quotidiani degli Stati Uniti, il Wall Street Journal, ha una rubrica fissa che riguarda il vino, intitolata On Wine,  nella quale scrive tra gli altri Lettie Teague, columnist di Food&Wine per dieci anni, editrice per dodici, autrice di vari libri sul mondo del vino. 

Il mercato enologico negli USA significa qualcosa come 24 milioni di ettolitri di vino prodotti, per capirci, meno della metà di quello italiano o francese, due terzi di quello spagnolo, con un export che nel 2010 era di 4.24 milioni di hl.
Un gran bel business, dunque, a cui correttamente il WSJ dà un adeguato spazio con una rubrica regolare intitolata On Wine in cui scrive tra gli altri Lettie Teague, che è stata per dieci anni columnist di Food&Wine e proprietaria di una casa editrice per dodici.
Non proprio l’ultima arrivata, dunque, e la sua opinione ha un certo peso nel mercato e dunque nell’orientare i consumatori all’acquisto.
Un vino decantato da Lettie è un vino che ha scalato il successo.

Con tanto potere a propria disposizione è dunque molto importante stare attenti a quel che si scrive e soprattutto è fondamentale tenere rapporti corretti con i produttori, o addirittura non averne proprio.
E’ accaduto invece che la signora Teague abbia
osannato un certo vino, un Pinot Nero californiano senza però scrivere che Scott Marlin, il nuovo socio del produttore,  è un suo amico e che conosce  il proprietario, Morgan Clendenden, da più di dieci anni.

Apriti cielo, negli USA la correttezza editoriale e giornalistica è una cosa sacra, il giornalista è il cane da guardia del Potere, Orson Welles ci ha spiegato bene cosa possa o non possa fare un giornalista. Per arrivare più vicino a noi, basti pensare al Watergate o alla più recente chiusura, in Gran Bretagna, di News of the World di Rupert Murdoch.
In un
articolo su Vinography, Alder Yarrow si pone quindi la domanda se un wine writer possa essere amico dei produttori di vino.
L’articolo fondamentalmente non dà una risposta univoca, ma più correttamente sottolinea il fatto che, scrivendo di vino, necessariamente si deve parlare con i produttori, e pian piano si può diventarne amici o almeno frequentarli regolarmente.
Queste frequentazioni sono lecite, si chiede Alder?
Si, risponde il blogger, basta dichiararle subito quando si recensisce un vino di un produttore amico o conoscente; bisogna però rispettare alcune regole, aggiunge, come pagare la propria parte
se si viene invitati a cena, o la propria metà dell’affitto del campo di golf dove si sono fatte 18 buche insieme ad un produttore.
Aggiunge anche che discorsi di questo tipo sono sconfinano quasi immediatamente nell’ambito della filosofia, ed è impossibile, grazie anche alla natura del vino, delle sensazioni che fornisce, dell’atmosfera che si crea, non avere piacere ad intrattenersi con un bravo produttore vinicolo.
Dunque, conclude, la domanda non ha una risposta, visto che l’argomento ha prodotto milioni di parole, e questo vale sia nell’ambito della critica enologica che in altri contesti.
Un cronista sportivo non dovrebbe essere amico di calciatori e proprietari di squadre di calcio, un giornalista politico non dovrebbe avere alcun partito di riferimento, un editorialista di un giornale finanziario non dovrebbe investire nemmeno in CCT.
Impossibile, naturalmente. Però bisogna considerare che negli States dal 1 dicembre 2009 il wine blogger che riceve a titolo gratuito una bottiglia di vino da parte di un produttore, è tenuto a dichiararlo con un apposito disclaimer all’inizio del post. Insomma, se ricevono una bottiglia e non lo dicono, si vedono arrivare in casa l’FBI. Forse, come sempre, gli americani sono un tantino esagerati.
La cosa più interessante di tutta questa storia è anche un’altra.
Subito dopo la pubblicazione dell’articolo ‘incriminato’, il 5 luglio, compare una bella stilettata di Tyler Colman su
DrVino. Poche righe ed un titolo al vetriolo per ricordare che la signora Teague si è dimenticata di raccontare la propria amicizia nell’articolo in questione.
Interessanti anche i 58 commenti all’articolo.
Il finale della storia dimostra la considerazione che negli USA hanno dell’editoria, cartacea o online, e dell’importanza per un giornalista a cercare di rimanere il più possibile imparziale, pur con le proprie amicizie e simpatie. Qualche giorno dopo infatti, Lettie Teague ha fatto una aggiunta al suo post originale, spiegando la propria amicizia con i due produttori, e scusandosi per non averlo scritto all’inizio dell’articolo.
Viste le partigianerie di alcuni (troppi, direi) giornalisti italiani, sia della carta stampata che televisivi, in merito allo sport e soprattutto alla politica, e con meno scalpore mediatico anche riguardo al mondo del vino,  questa mi sembra una bella lezione per chi invece vuole fare informazione seriamente, senza rinunciare alle proprie amicizie e senza nasconderle, ma anzi dichiarandole subito così che il lettore o lo spettatore sappiano esattamente misurare quanto leggono o ascoltano.
E soprattutto, quanta importanza abbiano i commenti dei lettori e quanto velocemente le informazioni possano essere controllate in Rete: il tempo delle sciocchezza è finito, sarà per questo che alcuni giornalisti vedono internet come il fumo negli occhi?

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