Spremute di bit

wine-computer-600x450Riprendo un post di @enofaber di qualche giorno fa per tentare, nel mio piccolo, di dare il mio contributo. Consiglio di leggerlo, post e commenti.

Si parla tanto della divisione tra vini naturali e vini no, ed anche io che mi autodefinisco wine-blogger ho partecipato e partecipo alla discussione, ma in pochi, ed @enofaber è uno di quei pochi, si pongono un altro problema: come mai la gran parte delle recensioni di vini sono sempre mai men che positive, ed eventuali piccoli difetti vengono spesso liquidati come peccati di gioventù che verranno probabilmente risolti con il passare del tempo?

Si potrebbe rispondere che noi scrittori di vino siamo così bravi a scegliere le etichette in enoteca o al ristorante, da bere sempre e solo ottimo vino, qui non si parla di una bottiglia fallata per problemi di tappo o perché mantenuta male; questi sono problemi che accadono a qualunque produttore.

Nell’articolo di Fabrizio da cui ho preso lo spunto per questo post si pone invece il problema di cosa un wine-blogger voglia comunicare con i propri post.

In uno dei commenti a quel post interviene anche Armin Kobler, chiedendo che se deve esserci recensione negativa di un vino, almeno sia fatta considerando l’annata, il trasporto, facendo assaggi ripetuti e magari alla cieca.

Tutto giusto se stessimo parlando di una commissione giudicatrice. La stessa cosa dovrebbe essere chiesta alla commissione che determina se, per quell’anno, si ha oppure no diritto alla fascetta della DOC o della DOCG, ben più importante dal punto di vista commerciale di un articolo su un blog.

Forse però la comunicazione del vino, in Italia almeno, dovrebbe uscire un po’ dalla nicchia che si è creata, e dovremmo (dovrei) smettere di parlare solo tra di noi.

Una lettrice in un commento pone un problema correlato: del vino venduto nella GDO non se ne parla (quasi) mai, mentre la maggior parte dei consumatori è proprio nel supermercato che vanno a comprare la bottiglia di vino, sia quello quotidiano, che quello per cucinare (bah…) che la bottiglia buona perché si ha gente a pranzo.

E’ credo il destino di tutti i blog specialistici: i blog di matematica saranno seguiti da matematici, i blog di letteratura saranno seguiti da consumatori di libri, i blog di vino sono seguiti da eno-blogger e qualche produttore.

L’anno scorso si è tenuta in Turchia la quinta edizione della #EWBC, la European Wine Blogger Conference, un evento itinerante dove molti wine blogger internazionali si riuniscono per parlare e bere, con visite guidate ad aziende locali. Quest’anno la bomba l’ha gettata, come ho scritto anche in un post, Andrew Jefford, storica firma di Decanter , che ha affermato che il wine writer è morto, che il mondo del vino non ha probabilmente bisogno di altri scrittori, ma ha invece necessità di comunicatori specializzati.

Esistono molti blog che parlano di vino, certi hanno un grande seguito, altri hanno pochi lettori, qualcuno scrive bene altri no, citando Tom Wark su Fermentation

I blog sono nati negli USA, dove la tecnologia nasce, e noi Europei arriviamo con qualche anno di ritardo. Tabloid come The Wine Advocate o Wine Spectator, quando sono passati alla versione online a pagamento hanno fatto bingo, Alice Feiring ha da poco una newsletter a pagamento, così come le Purple Pages di Jancis Robinson, per citarne alcuni.

Tutti questi, e tanti altri completamente gratuiti, hanno però anche il loro blog dove si discute, si commenta, si leggono news e rumors dal mondo del vino, dove ci sono notizie su qualche cantina o interviste ai produttori. 

Quando entro in un ristorante o in una enoteca, spesso mi capita di vedere sugli scaffali l’ultima edizione delle maggiori guide del vino, raramente riviste come LeRouge & leBlanc, ad esempio.

Non credo sia perché questa bisogna pagarla mentre le guide arrivano gratis in negozio….

I produttori hanno quindi bisogno di comparire nelle guide, e comparire bene, così come se fossero le Pagine Gialle del vino, in cui si cerca un vino, se ne legge la recensione in termini di grappoli o bicchieri, e si decide di comprare quello piuttosto che un altro.

I blogger del vino sono schiacciati sotto il peso di queste guide, e necessariamente ci si ritira a parlare di vini che beviamo alle degustazioni dove magari riusciamo ad entrare perché conosciamo l’organizzatore, o dopo aver fatto la colletta per acquistare una bottiglia. Abbiamo cioè creato una nicchia di sopravvivenza.

Credo che in Italia, prima che possiamo dire che anche da noi ‘il wine-blogger è morto’ debbano trascorere ancora due o tre anni; ma sono convinto con @enofaber che abbiamo bisogno, noi che, chi meglio, chi peggio, scriviamo di vino, di trovare metodi nuovi e nuove parole nel narrarlo, soprattutto se vogliamo dare al consumatore che compra il vino alla GDO, dei metri di giudizio più validi che non il prezzo o il nome sentito alla radio.

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