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Il Risorgimento del Vino – Parte III

Angiolo Tommasi, Le ultime vangate, 1892

L’epoca napoleonica finì con la restaurazione, Metternich ristabilì l’antico ordine ed anche la Toscana tornò nelle mani austriache. Fu in quel periodo che il barone Bettino Ricasoli ereditò dal padre il casale fortemente ipotecato di Brolio a Gaiole in Chianti, vigne ed oliveti a perdita d’occhio, una zona che Firenze e Siena si sono contese durante i secoli. Ricasoli lasciò Firenze e si insediò sulle sue terre, a lungo lasciate senza cura, e la restaurazione dei suoi vigneti divenne la sua passione ed il suo interesse principale.
Bettino Ricasoli si trovò ad essere prima appassionato della terra e del vino, e poi uomo politico, fautore dell’Italia unita e con forti simpatie piemontesi, dovute soprattutto al fatto di rendersi conto che solo la potenza del regno di Sardegna avrebbe potuto, con il placet della Francia, creare la nazione italiana.
Fondò nel 1847 il giornale ‘La Patria’, in cui difendeva l’idea dell’Italia come stato, ma cercando sempre di non scontentare il Vaticano, e nello stesso anno fu chiamato a dirimere la disputa di Lucca tra la Toscana ed il principato di Modena, all’epoca anch’esso sotto il dominio austriaco. Le divisioni tra italiani, causate dalla frammentazione del territorio in principati e granducati, lo convinsero a ricercare la strada per l’unità dell’Italia.
Iniziavano le guerre d’Indipendenza, causate soprattutto dal riassetto degli equilibri tra Francia ed Austria, in cui l’Italia approfittò per tentare, con l’aiuto di Napoleone III, di diventare uno stato nazionale.
La pace di Villafranca del 1857 fu però disastrosa per l’Italia, tanto che il primo ministro Cavour si dimise in aperto dissenso con il re Vittorio Emanuele II. A Cavour successe, come primo ministro, proprio il ‘Barone di Ferro’ Bettino Ricasoli, ma gli insanabili disaccordi con il Papa, contrario all’unità d’Italia, lo costrinsero a dimettersi pochi mesi dopo.
E qui torniamo al vino.
La famiglia dei Baroni Ricasoli aveva da sempre avuto un attento occhio alla coltivazione della vite, tanto che nel 1716 convinse il Granduca di Toscana a firmare la nascita della ‘Congregazione dei vini’. Bettino, dal canto suo, comprese che senza uno studio attento dei sistemi di produzione e vinificazione, tutto il potenziale delle proprie vigne sarebbe andato disperso.
Si concentrò quindi su due fronti: fare un vino di alta qualità e che fosse allo stesso tempo resistente ai lunghi viaggi, così da consentirne l’esportazione non solo verso i mercati olandesi, ma anche verso il Sud America.
Nel 1851, durante un viaggio in Francia, cercò di carpire il più possibile i segreti del vino francese che ormai era l’unico vino in Europa. Si rese conto che il sistema di assemblare i vini poteva garantire maggiori qualità al vino prodotto esclusivamente con il sangiovese, uva difficile da vinificare soprattutto per l’epoca di cui stiamo parlando; le ricerche di Pasteur sui lieviti non inizieranno che tre anni dopo.
Furono rivoluzionate (era l’epoca delle rivoluzioni…) le metodologie di coltivazione, convincendo i contadini che lavoravano a mezzadria a non sfruttare inutilmente le proprie vigne e porre più attenzione alla sanità delle uve. Di quel viaggio, Bettino Ricasoli dirà nelle sue memorie, che venne fatto “con vent’anni di ritardo, ed almeno dieci ne occorreranno per vedere i risultati nuovi provenienti dalle cognizioni acquisite” (Giuliana Biagioli, «Il modello del proprietario imprenditore nella Toscana dell’ Ottocento: Bettino Ricasoli. Il patrimonio, le fattorie»,ed. Olschki, 2001).
L’innovazione più grande del barone Ricasoli fu di determinare con esattezza come doveva prodursi il nuovo Chianti: sette parti di sangiovese, due parti di canaiolo, una parte di malvasia, quest’ultima a bacca bianca; in seguito fu diminuita la parte di malvasia a favore del trebbiano, maggiormente presente nei terreni toscani e con una maggior acidità.
Lo stesso Ricasoli scriveva che “il Chianti prende dal sangiovese l’essenziale dei sui profumi, dal canaiolo la dolcezza necessaria a temperare la rudezza senza diminuire le caratteristiche del primo, e dalla malvasia la sottolineatura del gusto e contemporaneamente una maggior freschezza e leggerezza, così da poter essere un vino più adatto al consumo quotidiano.
Il viaggio in Francia dunque ebbe i suoi frutti, se consideriamo la svolta del Chianti come una svolta ‘bordolese’, in cui il canaiolo sta al sangiovese come il merlot sta al cabernet.
La formula del Chianti è rimasta inalterata fino a qualche anno fa, quando fu eliminato l’uso di uve bianche che, in ogni caso, lo stesso barone dichiarava come non necessarie ed anzi non adatte per un vino da invecchiamento.
Le vicende politiche del ‘Barone di Ferro’ presero poi il sopravvento sulla sua passione agricola, ed oggi insieme a Cavour, Mazzini e Garibaldi, è uno dei fondatori dello stato italiano.
Nonostante la sua dedizione però, il Chianti ebbe all’inizio poca fortuna; quando stava iniziando ad essere conosciuto ed esportato fuori dall’Italia, alla fine dell’800 la filossera distrusse il patrimonio viticolo europeo, ed i vignaioli in maggioranza lasciarono i campi per emigrare negli Stati Uniti, lasciando nuovamente all’abbandono le vigne che Ricasoli aveva per tre decenni amorevolmente custodito e studiato.

Il Risorgimento del vino – Parte II

Bettino Ricasoli

Il XVIII secolo è stato un periodo di passaggio per l’Italia, e naturalmente anche per quella enologica.

La Francia era già una nazione da vari secoli, mentre l’Italia era rimasta spezzettata in possedimenti più o meno grandi di proprietà della Chiesa, dell’Austria, della Spagna e della stessa Francia, che per governare meglio il territorio avevano a loro volta suddiviso il suolo tra principati e signorotti locali.

In Francia era il secolo dei Lumi, Lavoisier, Chaptal, Pasteur, stavano svelando i misteri della natura in generale e del vino in particolare, migliorando la produttività della vigna, la fermentazione delle uve, la conservazione per lunghi anni.

Il fatto di essere una nazione unica dava chiaramente impulso ai commerci, in particolare con l’Inghilterra e con il Nuovo Mondo, spingendo i produttori a ricercare una qualità sempre maggiore, facendo nascere i Domain e gli Chateau di Bordeaux e di Borgogna.

L’Italia era stata fino al XVI secolo una grande esportatrice di vino, i mercanti veneziani portavano con le loro navi un vino delle colline veronesi prodotto “con stile greco”, e durante il Rinascimento i fiaschi di vino di Firenze erano noti in tutto il mondo civilizzato e il Lachryma Christi del Vesuvio era  presente in ogni tavola reale.

Uno dei pochi che seppero valorizzare il proprio vino fu il Granduca Cosimo III di Toscana, che nel 1716 per primo regolamentò la produzione del Chianti, definendone le zone di produzione e facendo di fatto nascere il marchio del Gallo Nero.

In Toscana i vini più rinomati erano la vernaccia e l’aleatico dolce, oltre naturalmente al vinsanto, mentre il chianti veniva soprattutto venduto ai commercianti francesi che lo utilizzavano per produrre, in taglio con i vini di Borgogna, il ‘claret’, un vino leggero che piaceva molto agli inglesi.

Qualche secolo prima, nel XIV secolo, in Toscana era stato inventato il sistema del ‘governo’: dopo la vendemmia non tutta l’uva veniva pigiata e fatta fermentare, ma una piccola parte, solitamente il 10%, veniva lasciata appassire sui graticci fino ai primi di novembre, pigiata e poi aggiunta al vino, così da far ripartire la fermentazione grazie all’alta concentrazione di zuccheri presenti

In questo modo il vino prodotto aveva un carattere più morbido e gradevole rispetto alla normale vinificazione, nascondendo in parte anche gli eventuali difetti dovuti ad una non perfetta conservazione, che venivano causati sostanzialmente all’azione dell’acido acetico. Il vino che si otteneva non era adatto all’invecchiamento, ma era molto più bevibile dell’aspro chianti prodotto all’epoca. Il sistema è ancora utilizzato.

Nel XVIII secolo due stati su tutti iniziarono a risollevare le sorti enologiche della penisola italiana, la Toscana ed il Piemonte.

In Toscana il granduca Pier Leopoldo, un Asburgo degno successore dei Medici, fu il primo a tentare di affrontare la situazione.

Durante i suoi 25 anni di regno, che si conclusero con l’arrivo delle armate napoleoniche in Italia, perseguì una politica piuttosto liberale (per l’epoca), a tutto vantaggio dei commerci e dell’aristocrazia terriera. L’accademia dei Georgofili concesse a grandi proprietari come il Ridolfi ed il Ricasoli, di migliorare la propria conoscenza dell’agricoltura mettendo a disposizione i propri studiosi, sebbene lo sfruttamento dei campi rimase sostanzialmente feudale.

I grandi proprietari non avevano alcun desiderio di attuare una riforma agraria che avrebbe diminuito fortemente i propri privilegi, continuando ad usare il sistema della mezzadria per la gestione delle terre.

Il Risorgimento del Vino – parte I

La storia d’Italia passa anche per la vigna.
Vigneti sono presenti in tutte le province della penisola e quando arrivò il XIX secolo, ed insieme il tempo per la creazione di uno stato completamente italiano, pochi illuminati proprietari terrieri preoccupati per i propri campi credettero completamente nel nuovo vento che stava spirando anche attraverso le loro colline e nei miglioramenti che avrebbe portato un po’ di modernità.
I due nemici mortali della vinicoltura moderna in Italia furno l’oidio e gli Austriaci. In tutta la penisola la storia della viticoltura è intimamente legata a quella dei cambiamenti politici.

Garibaldi convinse i vignaioli a votare a favore dell’annessione argomentando che così avrebbero salvato le proprie vigne.
André Julien (1766-1832), tra i primi saggisti moderni di enologia,  all’inizio del XIX secolo scriveva che il suolo dell’Italia è rinomato per la sua fertilità e per le molte varietà di prodotti della terra, e passando dalle Alpi alla Sicilia si presentano tutte le tipologie di suolo e di esposizione solare, dappertutto favorevoli alla vigna.

Purtroppo, aggiunge lo storico, gli Italiani non curavano molto il lavoro nel vigneto, preferendo una crescita quasi spontanea, senza preoccuparsi di ricercare la perfetta maturità del frutto e quindi la qualità del vino.
Ricordiamo che la Francia aveva già da molto tempo una grande conoscenza della vigna e della produzione del vino, ed avevano tecniche avanzate.
I vini italiani del XVIII secolo erano per la maggior parte dolci ed allo stesso tempo aspri, spesso grossolani, e sopportavano male sia i viaggi che il passare del tempo; in Francia si usavano già da tempo le bottiglie di vetro per il vino, mentre in Italia si era rimasti ancora al classico fiasco impagliato, con mezzo dito d’olio in superfice per non far prendere aria al vino ed un cappuccio di paglia o di foglie come tappo.
Insomma, la qualità non eccelsa dei vini italiani, almeno per i canoni francesi, dipendeva sia dalla negligenza nel lavoro in vigna che dalle procedure impiegate per la vinificazione, come lasciar crescere cereali e fagioli ai piedi delle colline vinicole, un metodo usato fin dai tempi di Plinio e, a quanto pare, rimasto identico fino all’epoca di Napoleone Bonaparte.
Lo stesso Jules Guyot (1807-1872), l’inventore del moderno metodo di impianto in vigna, sottolineava che in questo modo si perdeva fino a tre quarti del raccolto.
L’Italia enologica, e non solo, era rimasta indietro di duecento anni mentre il mondo tutto intorno stava andando verso la modernità. (A volte sembra proprio che la storia si ripeta, ma quando accade è una tragedia.)
I contadini, del resto, erano poco interessati a migliorare le rese e la qualità del loro prodotto, a causa soprattutto dei soldati austriaci che arrivavano depredando tutto quel che trovavano nei campi, e dei signorotti locali che imponevano un vessatorio e feudale sistema d’imposta. Cosa poteva importare al contadino, una volta che riusciva a tenere per se quanto bastava per sopravvivere?
Queste furono anche le conclusioni di un altro wine writer dell’epoca, l’americano Cyrus Redding (1785-1870), che durante un suo viaggio in Italia in cui raccontava i primi moti carbonari contro i sovrani restauratori,  si rendeva anche conto del disastroso stato dell’agricoltura in generale, e della coltivazione della vite in particolare, in cui versavano le campagne italiane.
Certo, queste considerazioni erano a loro modo in parte strumentali, cercando di convincere gli agricoltori ed i vignaioli della penisola a rendersi conto che la frammentazione della terra, l’imposizione di tasse assurde, l’arretratezza culturale, erano un freno alle loro stesse possibilità di ricchezza.

Faceva gioco, alla Francia e all’Inghilterra, usare ogni mezzo per far sollevare l’Italia contro l’Austria, ultimo simbolo dell’Ancient Regime.
I mercati del nord Europa avevano stimolato la viticoltura di Spagna e Portogallo, migliorando il commercio con l’estero anche di altri beni, ricevendo in cambio del loro vino prodotti manufatturieri delle moderne aziende francesi, inglesi ed americane.
Già Goethe, mezzo secolo addietro, aveva individuato uno dei problemi nell’arretratezza dei mercati italiani, con gli agricoltori completamente in balìa dei signorotti locali che “negli anni cattivi pretendevano denaro dai contadini per consentire loro il diritto di rimanere nelle terre, mentre gli anni buoni acquistavano il vino per quasi niente”.
La situazione dell’Italia non solo agricola, era veramente pessima.